Scioperi Milano, 1-8 marzo 1944

Milano, 1-8 marzo 1944

Lo sciopero del marzo 1944 a differenza di quelli dei mesi precedenti aveva una rivendicazione eminentemente politica oltre che sindacale. Il Partito comunista – vero motore delle agitazioni -riteneva che la situazione fosse matura per una mobilitazione che avrebbe anche potuto sfociare nell’insurrezione: già nel gennaio il giornale della Federazione comunista Milanese “La Fabbrica”, titolava Prepariamoci allo sciopero insurrezionale.
Evento unico nell’intera storia dell’Europa occupata, con gli scioperi i lavoratori si riprendono la scena e assieme al vasto movimento resistenziale permettono all’Italia di essere libera, di poter scegliere la propria Costituzione e la propria forma di Stato e non di essere sottoposta a commissariamento come fu per la Germania. Il 1944 apre una nuova stagione di speranze.
Pur tuttavia il 1944 è anche l’anno delle stragi tedesche più violente e delle deportazioni.

Cronologia:

Il 5 gennaio 1944 viene data notizia della costituzione del Comitato segreto di agitazione per il Piemonte, la Lombardia e la Liguria che indìce per il 1° marzo lo sciopero generale. Nei due mesi successivi si assiste a un incremento del lavoro politico e organizzativo delle forze antifasciste attraverso la massiccia diffusione di volantini e il potenziamento delle reti clandestine interne alle fabbriche. Nel milanese in cinque giorni sono diffusi più di 200.000 volantini.
Alcune fabbriche – come la Tosi di Legnano – sono in sciopero già a gennaio e pagano con la deportazione di molti aderenti.

Alle ore 10 del 1° marzo tutta Sesto San Giovanni è ferma. Alla Breda scioperano 14.000 persone tra operai e impiegati, solo la quinta sezione ritarda lo sciopero che inizierà però alle 12:00.
Alla Falck scioperano 8.700 lavoratori, alla Pirelli 9.500, alla Ercole Marelli 4.300, alla Magneti Marelli 2.000, all’Alfa– che non aveva scioperato nel 1943 – questa volta sono in 6.300. È in sciopero la Caproni di Taliedo (2.800 lavoratori), la Grazioli (300) la Borletti (800), la Cge 3000. Scioperano le Rubinetterie Riunite, la Motomeccanica, la Garelli, la Redaelli, le Officine Meccaniche, la Falck Romana, la Mollacciaio, le Trafilerie.
La polizia e gruppi di tedeschi intervengono alla Magnaghi di Turro, contro i 2.000 scioperanti.
Alle 14.00 entra in sciopero anche la Tecnomasio italiana Brown Boveri (Tibb).
Scioperano gli operai del Corriere della Sera, che quel pomeriggio non è uscito.
È quasi bloccata la consegna della posta.
Il giornale comunista “La Fabbrica” pubblica un ordine del giorno del Cln di Sesto Sesto San Giovanni in cui si richiede l’abdicazione del Re e il governo del CLN. Per fronteggiare gli scioperi giungono a Milano i rinforzi della Guardia Nazionale repubblichina; arrivano da Mantova da Reggio Emilia, da Brescia, da Vercelli e da Verona.
A Monza, come riferisce un rapporto dettagliato del Pci, lo sciopero inizia alle ore 10 precise alla Hensenberger e alle ore 12 tutti gli operai abbandonano la fabbrica. Alla Singer, i fascisti e i tedeschi intervengono energicamente: impediscono l’uscita dalla fabbrica, minacciano di fucilazione immediata di 10 o 12 operai se non viene subito ripreso il lavoro; puntano le mitragliatrici generando spavento e svenimenti, e gli operai sono così costretti a riprendere il lavoro.
Scioperi vengono segnalati alla Bianchi di Desio (700 operai), e alla Tessitura Targhetti (1000 operai) all’Incisa di Lissone (1200 operai). A Vimercate sciopera la Leoni (800 operai), la Brambilla (250), la Tintoria, (200); la Polani (100), l’Industria Legni (600). A Concorezzo si ferma la Volle Legni (300), la Monto Legni, (600), laTessitura Frette (170). Ad Arcore sciopera la Bestetti e Gilera (800).
A Meda, l’Isotta Fraschini, la Face, la Salmoiraghi e la Breda. Alla Sertum e alla Philip Radio di Monza, gli industriali hanno sospeso le mense e gli operai sono stati fuori.
Anche a Legnano – dopo la grande mobilitazione del 5 gennaio -entrano in sciopero diverse aziende le più importanti sono la Tosi e la Wolsit per un totale di circa 500 lavoratori. Anche in questo caso le direzioni aziendali rispondono chiudendo le fabbriche per ferie. Si sciopera anche alla fabbrica di biciclette Emilio Bozzi alla Ercole Comerio alla Tessitura Agosti. La repressione fu durissima: arresti e deportazioni.
Astorre Landone disegnatore tecnico della Franco Tosi viene arrestato il 3 di marzo qualche giorno dopo tocca a Carlo Ciapparelli operaio della Tosi arrestato in seguito a una delazione. Viene catturato anche Giuseppe Ranzani tornitore alla Pensotti e membro della commissione interna; sono arrestati Rino Cassini e Mario Pomini lavoratori della fabbrica di biciclette Emilio Bozzi; seguono Giuseppe Ciampini e Giovanni De Tommasi della Ercole Comerio, Eugenio Verga, Corrado Galliani impiegato alla Tessitura Agosti, Ambrogio Carlo Bossi e Davide Zanin. Moriranno tutti nei campi di concentramento di Gusen e di Mauthausen

Giovedì 2 marzo scendono in lotta i tranvieri milanesi che paralizzano la città; li assecondano sempre i gappisti che fanno saltare la cabina elettrica che rifornisce la rete nord. Lo sciopero è veramente totale: 3.950 fra operai e personale viaggiante dell’Atm hanno incrociato le braccia. Per tentare di porre rimedio alla situazione alcuni fascisti si mettono alla guida dei mezzi, il risultato è di 176 vetture danneggiate.
La Breda, l’Alfa, la Pirelli e la Caproni sono occupate militarmente. A Casalpusterlengo le donne manifestano per la penuria di latte e il Podestà è costretto a una distribuzione straordinaria.
Scioperano gli impiegati della Edison e della Montecatini e si astengono dal lavoro pure gli impiegati della Cassa di Risparmio. Il Corriere della Sera non esce neanche quel pomeriggio. Fonti riservate fasciste ammettono che su Milano “la percentuale degli scioperanti ha superato il 60%”.
Tedeschi e fascisti circondano e bloccano le case dei ferrovieri di via Bricchi, compiendo 50 arresti, nei giorni successivi 62 operai nelle fabbriche occupate militarmente vengono consegnati ai tedeschi per la deportazione.
I tedeschi, allarmati dall’allargarsi delle agitazioni, decretano lo stato d’assedio, intimano la consegna delle liste degli operai schedati come sovversivi, sospendono ogni pagamento di salario o indennità, mettono i lavoratori in ferie obbligate. Gli industriali chiudono le fabbriche con il pretesto della scarsità di energia. Ma gli operai resistono.
Molti però si lamentano per l’assenza – nei grossi centri – dell’intervento armato dei Gap e per lo scarso attivissimo delle squadre di fabbrica.

Il 3 marzo, per il secondo giorno consecutivo lo sciopero è totale. Si registrano degli incidenti a Milano in Viale Stelvio, gli operai vengono minacciati e malmenati ma non arretrano. Alla Breda e alla Pirelli il turno di notte è trattenuto dentro e vengono arrestati un centinaio di operai da portare in Germania; analoghi fatti avvengono alla Bianchi. Alcuni reparti della Pirelli vengono temporaneamente occupati militarmente e interviene la Muti.
Vengono compiuti attentati dei gappisti a scambi tranviari nelle rimesse di viale un Leoncavallo e al deposito Vittoria.
I repubblichini ordinano alla stampa di non occuparsi della situazione.
Nella notte vengono effettuati circa sessanta arresti nelle case ATM di via Teodosio.

Il 4 marzo cade di sabato e nonostante le minacce, la maggioranza dei tranvieri continua a scioperare, solo alcuni sono costretti con la forza a riprendere il lavoro. Tuttavia la mancanza di azioni armate contro le vetture in servizio porta un certo scoraggiamento. Alla Innocenti gli impiegati riprendono il turno per ordine dei tedeschi. Si registra un ferito alla Bianchi e si spara alla Tibb.
I fascisti e i repubblichini organizzano una manifestazione farsa nel centro di Milano contro lo sciopero, composta da una colonna di cittadini preceduti dalla Muti che procedono cantando inni fascisti. Il podestà Parini emette un appello in cui intima a tutti di riprendere il lavoro entro il mercoledì 8 pena la perdita delle indennità l’invio al lavoro obbligatorio.

Il 5 marzo il Corriere della Sera esce con la notizia che lo sciopero è fallito fin dal primo giorno. Continuano i sabotaggi dei Gap alle linee tranviarie, ma i tranvieri sono ormai prossimi a riprendere il lavoro. Quattro giovani socialisti che stavano sabotando le rotaie vengono catturati dalla Muti e trascinati per le strade con un cartello al collo, verranno infine consegnati ai tedeschi.

Il 6 marzo, è lunedì e gli operai milanesi non si presentano. Si segnala solo qualche lavoratore alla Magneti Marelli, all’Alfa, alla Magnaghi alla Face e alla Borletti. Il Corriere pubblica l’appello intimidatorio di Piero Parini a riprendere il lavoro per l’8 marzo.

Il 7 marzo, lo sciopero perde di intensità anche a Milano. La Prefettura comunica otto giorni di ferie dal 1 al 8 marzo a causa limitazioni dell’energia elettrica.

L’8 marzo su indicazione del Pci – che aveva registrato stanchezza da parte degli operai – il lavoro riprende. C’è scontento perché sembra una resa al decreto Parini. In alcune fabbriche si riprende a scioperare contro i licenziamenti e le rappresaglie della direzione, succede all’Innocenti e all’Alfa. Entra in sciopero anche la Centrale del latte di Milano su iniziativa di una donna, la cattolica Teresita Passoni.
Nel marzo del 1944 le donne partecipano in massa ai grandi scioperi,  molte sono organizzate dai Gruppi di Difesa della Donna.
Alla Borletti, dove le maestranze sono prevalentemente femminili e addette alla fabbricazione di munizioni belliche, lo sciopero riesce bene. Parecchie sono arrestate,  viene quindi dhicartao un nuovo sciopero di protesta per farle liberare. Carlotta Thomas in Bassis, non fi liberata, fu deportata a Belsen, dove morì.
A Milano lo sciopero riscosse un altissimo numero di adesioni, andando ben oltre le aspettative del Partito comunista, seppur non produsse la sperata insurrezione.

Le agitazioni continuarono anche nei mesi seguenti e una nuova ondata di scioperi si ebbe nell’autunno; prove generali per la grande insurrezione dell’Aprile 1945.

Debora Migliucci